LE MARCHE RACCONTATE DA MARIO BALDASSARRI

Oltre 180 chilometri di costa caratterizzati da spiagge sabbiose e rocche a picco sul mare.
Castelli ricchi storia e città in cui hanno lasciato opere immortali i più grandi artisti di ogni epoca.
E poi leggende e racconti fantastici che hanno nobilitato la storia della Regione, da Urbino ad Ascoli Piceno, da Ancona a Macerata.

Come avrete capito sto parlando delle Marche, una delle Regioni italiane che offrono la possibilità al turista attento, di fare delle scoperte interessanti in un territorio molto vario.

Bisogna chiarire subito un punto: le Marche sono un nome al plurale e quindi è molto difficile descriverle, per cui faremo un rapidissimo viaggio. Al plurale perché sono tante valli trasversali che poi confluiscono sul mare e il collegamento da montagna a montagna è stato sempre difficile. I Dorici, che sono il popolo antico di Ancona, sono diversi dai Piceni che erano più a sud o al nord verso Montefeltro, Fano e Pesaro.

Partiamo allo da S. Ciriaco. Questa è una delle più belle chiese, forse al mondo, ma certamente qui nelle Marche. È il Duomo di Ancona che tutti conoscono e c’è la tradizione: i bambini di Ancona, e quindi anch’io quando ero bambino, vengono qui a fare a cavalluccio con i leoni, forse si può vedere che il marmo, la pietra, è più lucida dove salgono i bambini, è un portale splendido, restaurato diversi anni fa che ha visto di tutto. Ma la cosa più interessante sta sotto questa chiesa, perché sotto questa chiesa ci sono altre tre chiese, a partire dal Tempio romano sul quale fu costruita la prima chiesa paleocristiana e poi, infine, il duomo attuale che vediamo. Con la caratteristica che è uno dei pochissimi duomi che ha il campanile separato dalla chiesa, dall’altro lato, ed è il luogo dove tutti gli anconetani vengono e anche molti marchigiani vengono, perché è splendido e c’è una vista sul mare e su tutta città ed il golfo di Ancona, sul porto e su tutto il nord delle Marche fino a Senigallia. Quando è il cielo è terso si vedono le prime colline che sono poi la caratteristica della regione, queste splendide colline dolci che hanno dato poi alle Marche la possibilità di passare attraverso i secoli avendo del cibo sano, genuino, fino ad acquisire adesso il record mondiale della longevità. L’Italia è un paese con un’alta età media, le Marche sono sopra la media italiana e quindi sono tra i popoli più longevi del mondo.

E qui è pieno di ricordi perché ci si veniva e ci si viene al pomeriggio, la sera al fresco d’estate, si fa la passeggiata, ci sono i giardinetti là dietro e queste pietre parlano; obiettivamente queste pietre, se uno sta in silenzio e le ascolta, raccontano tante storie a partire dal porto romano con l’arco di Traiano, dell’Imperatore Traiano, che c’è ancora, è lì da venti secoli e da quel momento hanno segnato la storia di questa città, di questo piccolo promontorio che è Ancona, il capoluogo della regione.

Parlo delle Marche come “dell’Italia in una regione”, perché nelle Marche sono presenti varie realtà diverse: si va dall’Appennino alla montagna, tutta la zona collinare e poi la zona costiera; quindi mare, campagna e monti, quindi “l’Italia in una regione”. Mare, montagna e monti sono la caratteristica di tutte le Marche, poi però si dividono, come ho detto prima, nelle valli trasversali. Ogni fiume che dal monte arriva al mare indica una comunità, indica una specializzazione, indica una caratteristica, spesso indica addirittura dialetti diversi, lingue diverse, e la difficoltà è parlare da una valle all’altra, tanto che nelle zone delle campagne e nelle colline, intorno al 1300-1400 è nato il cosiddetto “canto a batocco”, perché erano i contadini in campagna che parlavano da una collina all’altra e normalmente parlavano un ragazzo e una ragazza. Ed allora in questo “canto a batocco” c’erano le frasi d’amore che si scambiavano i due giovani in campagna, da una collina all’altra, da una parte della valle all’altra parte della valle, con il fiume in mezzo che divideva magari queste due piccole comunità locali. E dopo tanto cantare la ragazza chiede al suo ragazzo di “venire al sodo” e chiedere la sua mano ai genitori e per farsi capire lei dice “non è più tempo de’ pela’ li tordi….”.

Da queste radici nasce il carattere dei marchigiani, un carattere molto solido, legato molto alla propria terra, alle proprie comunità. E’ un carattere po’ introverso, un pochino chiuso a volte e un po’ diffidente verso il forestiero, verso lo straniero però, quando poi lo conosce, si apre e diventa un carattere aperto, molto amico e se è amico è amico per sempre. Dall’altro è un carattere, come si dice, un po’ risparmioso. Non è certamente una terra dove si scialacqua molto. I marchigiani sono laboriose formiche. E questo forse è il segreto dell’enorme sviluppo di questi ultimi venti o trent’anni. È una regione che è molto ricca adesso, dove, per dare un solo numero, la disoccupazione ufficiale è attorno al 3%, cioè tra le più basse d’Europa, ed è da tenere conto che circa il 10% della forza lavoro è dovuta all’immigrazione extracomunitaria. Quindi è questa diffusione di piccole imprese che ha consentito un grande sviluppo economico-industriale, ma molto equilibrato perché è uno sviluppo dell’industria manifatturiera, è lo sviluppo dell’artigianato, del commercio, del turismo, dell’agricoltura che ha saputo qualificare i propri prodotti. Quindi molta armonia e se lo slogan delle Marche è “l’Italia in una regione”, per la provincia di Macerata lo slogan è “la terra dell’armonia” con tutta la Valle del Potenza e del Chienti, dove domina ovviamente Recanati, cioè la terra di Giacomo Leopardi e la città di Beniamino Gigli. Quindi dalla poesia di Leopardi alla poesia del bel canto.

Parlando di turismo, non esiste un primo luogo da visitare. Per capire le Marche bisogna viaggiarle un po’ in lungo e in largo e prendere tempo per fare questo. È un turismo che era legato, all’inizio, al ritorno dei marchigiani emigrati in Italia, in Europa, nel resto mondo. È un turismo dove le vecchie case del comune di origine sono state restaurate e servono spesso come case di vacanza per l’estate. È un turismo che può andare dal turismo invernale della montagna, con delle bellissime stazioni sciistiche, fino, ovviamente, al turismo estivo sulla costa e sul mare, ma anche al turismo che sta crescendo molto adesso che è il turismo della campagna, dell’agriturismo, e quindi il turismo di qualità. È un turismo molto stanziale, cioè chi viene nelle Marche la prima volta poi difficilmente riesce a non venire più e quindi tornano. Per esempio tutti i casali, i casolari di campagna che erano le case dei contadini, dei mezzadri, e la mezzadria è molto importante per capire lo sviluppo, poi, di questa regione, sono state ovviamente restaurate e adesso è in atto un grosso flusso, per esempio, di turisti europei che comprano il casale come seconda casa e come è avvenuto in Toscana o in Umbria, ovviamente, nel momento in cui hanno attraversato l’Appennino hanno scoperto quest’altra terra che sono le Marche, che è una terra altrettanto splendida come quella dell’Umbria o come quella della Toscana e il turismo è un elemento importante, di equilibrio, non è semplicemente bellezza naturale, è anche questo ma vuol dire bellezze naturali, cultura, in ogni paese nelle Marche si rischia in qualunque chiesa in campagna di entrare e trovarci un Tiziano o un Raffaello Sanzio, o cose di questo tipo.

Le Marche e il mare, da Gabicce alla foce del Tronto, insomma una distesa di spiagge, luoghi bellissimi, una distesa di spiagge con un’unica eccezione il promontorio del Monte Conero. Comincia già da Ancona a diventare roccia e poi fino al Monte Conero, ed è l’unico promontorio che c’è da Trieste fino al Gargano in tutto l’Adriatico.

Una serie di bellissime spiagge, un rapporto intenso con il mare, purtroppo negli ultimi 30-40 anni la popolazione marchigiana è scivolata un po’ verso il mare perché le vie di comunicazione, difficili nella montagna e nella collina, hanno fatto sì che la popolazione venisse molto di più verso la costa. Il rischio è di avere una grande città, larga pochi chilometri, che va da Pesaro fino a San Benedetto e lasciare poi la montagna, la collina spopolata. Adesso si sta abbastanza riequilibrando sia in termini di infrastrutture di comunicazione, sia anche in termini di attività produttive che sono rifiorite lungo le valli dei fiumi e quindi nella collina. Ma il mare è la porta dell’Oriente, cioè guardare dal Passetto di Ancona nell’altra parte, nelle sere quando è limpido si vede la lucina del faro di Hvar, cioè Zara, l’altra sponda dell’Adriatico. E quindi Ancona è stata sempre la porta delle Marche verso l’Oriente, verso il mare, verso i Balcani, che guarda al nord: Venezia, la Repubblica, San Marco, e poi guarda verso sud: Spalato, Ragusa, Dubrovnik, Split verso la Grecia, ed è la funzione del porto. Il Passetto è la punta più alta della città di Ancona che è a picco sul mare, è l’ingresso di uscita di questa regione.

Io sono un animale di mare. Sono nato in collina a Macerata, ma la famiglia è in gran parte sul mare ad Ancona.

Ma le Marche sono anche un territorio di tesori d’arte. Accenno solo a qualche rocca, castello particolare assolutamente da visitare.

Proprio sotto la Monte Conero c’è la chiesa di Santa Maria di Portonovo. Siamo attorno al VII-VIII secolo d.C.. Poi le Marche sono piene di rocche. A partire dal nord: la rocca di San Leo, dove morì Cagliostro; la rocca di Gradara e quindi Paolo e Francesca, Giangiotto, c’è ancora la stanza da letto, la botola dalla quale è uscito Giangiotto e ha ammazzato, come sappiamo, i due amanti. E tutte le rocche che via via poi, lungo le colline, sul mare erano le rocche di avvistamento, sull’interno e sulla collina, invece, erano le rocche di difesa, con i grandi nomi storici: dalla zona dei Varano, la zona sul Montefeltro a Nord, Pesaro, Fano, Urbino, fino a scendere giù alle rocche che sono oggi, in realtà, i nostri paesi, le nostre piccole città, attorniate dalle mura. E più giù Offida, Monte San Pietrangeli, Fermo, la Marca del Fermano, fino ad arrivare ad Ascoli con quella piazza splendida che è la Piazza del Popolo, una delle più belle piazze al mondo.

Quindi da Nord a Sud le Marche sono piene di rocche perché la rocca è stata l’elemento di difesa durante le invasioni e quello che spinse poi la popolazione, che era più sul mare, durante l’epoca dei Romani, a risalire in collina e in montagna proprio come difesa e nel Medioevo a costruire intorno ad ogni piccola città, ad ogni piccola frazione le mura di cinta, che sono rimaste in gran parte intatte e adesso, restaurate, sono degli splendidi salotti dove certamente le comunità locali possono vivere e rivivere le loro antiche tradizioni.

Macerata, è la città dove sono nato, in via Francesco Crispi, a cento metri dalla torre civica, a cinquanta metri dalla casa del grande musicista Lauro Rossi ed a quaranta metri dalla casa di Padre Matteo Ricci, il gesuita “cinese” sepolto a Pechino ed inquisito da San Bellarmino per le sue scienze ma soprattutto per il suo farsi cinese per parlare ai cinesi del Cristo Risorto.

E’ una tipica città della collina marchigiana. È una città che è nata dalle macerie di Helvia Ricina, l’antica città romana che era lungo il fiume Potenza, con le invasioni si sono rifugiati in collina e ovviamente hanno costruito le mura di cinta. Due sono le possibili radici del nome: dalle macerie di Helvia Recina oppure sede del Macereto della canapa. Le mura di cinta che rappresentano proprio il cuore della vecchia città; oggi ovviamente la città è molto cresciuta ben al di là della cinta muraria, ma è una città dove si è conservata la cultura e l’antico sapere, come tutte le città marchigiane. L’antico sapere vuol dire prendere le antiche tradizioni della campagna marchigiana con quell’istituto storicamente famoso della mezzadria, le Marche non hanno mai avuto il latifondo nell’agricoltura, la mezzadria significa in realtà il germe di quell’imprenditoria di piccole e medie imprese che poi, dopo la seconda guerra mondiale, negli ultimi trent’anni, ha fatto il grande sviluppo della regione Marche. Perché il mezzadro era sì un contadino non proprietario della terra, ma partecipava, appunto mezzadria, al 50 per cento, con la produzione del terreno; quindi non era a stipendio fisso, partecipava al rischio. E questo, molti storici dell’economia, hanno dimostrato che è stato proprio il germe iniziale quando c’è stato il passaggio dall’agricoltura all’industria e poi adesso, negli anni più recenti, ai servizi, ha fatto sì che questo codice genetico fosse trapiantato dall’agricoltura alle piccole e medie imprese. L’altra seconda gamba della storia è la spiegazione dell’economia marchigiana per valli; perché ogni valle aveva avuto, già a partire dal MedioEvo, se non addirittura dall’epoca dell’Impero Romano, una specializzazione produttiva. Alcuni nomi delle città di oggi testimoniano questa storia. Ad esempio al nord Fossombrone: il Foro di Sempronio; oppure, nella valle dell’Esino: Fabriano, “Faber in Janus”, il fabbro sul fiume Giano; e allora la Valle Esina è la valle dei metalli, quindi nasce la meccanica, la grande industria della meccanica marchigiana, l’industria degli elettrodomestici famosa oggi in tutto il mondo. E poi la Valle del Chienti, la Valle del Potenza, era la valle delle mucche, la valle dell’agricoltura prospera e dalle mucche nascevano le pelli e con i corni delle mucche si lavoravano gli utensili domestici. Ed ecco allora che lì sono nati, dopo la guerra, i prodotti dei fratelli Guzzini, noti in tutto il mondo fino ad arrivare alla tecnologia dell’illuminazione moderna ma che nascono dal corno di bue lavorato a mano per fare forchette, cucchiai (quelli per condire le insalate), che sono diventati poi grande stile dei casalinghi, dei prodotti per la casa dei Guzzini. O, dall’altra parte, il pellame che diventa il più grande distretto industriale al mondo della calzatura.

Quindi, un successo economico ma anche una grande rivoluzione sociale perché questa terra ha trasformato mezzadri, vecchi contadini, in figli che sono diventati periti industriali o ingegneri, poi comunque laureati. Qualcuno ovviamente è venuto ad imparare qui come si possano creare i cosiddetti distretti industriali delle piccole e medie imprese. È difficile trapiantarli in Australia, in Cina o in America Latina, ci si può provare, ma perché è difficile? Perché dietro queste realtà moderne ci sono queste radici antiche; radici antiche che hanno una sapienza culturale che non è solo una sapienza dei nostri mastri: il mastro falegname, il mastro fabbro, i maestri dei lavori, ma che poi è proprio prima in Europa, è diventata anche una sapienza di livello universitario. Non dobbiamo dimenticare che la prima università di Europa, che è stata fondata nel 1087, è stata Bologna. Dai vitigini del gruppo di studi di Bologna gemmarono ben tre università, tutte qui nelle Marche: Macerata, Camerino e Urbino, e nascono tra la fine del 1200 e l’inizio del 1300, cioè sette secoli di storia universitaria in questi piccoli centri che all’epoca erano piccoli centri di campagna ma che diventano, dentro le mura delle città, anche centri di cultura, di ricerca scientifica, di rapporti internazionali. E è questa dimensione della sapienza dell’artigiano e del contadino insieme alla cultura e alla ricerca scientifica, che fa nascere il senso della comunità.

Passiamo alle prelibatezze gastronomiche delle Marche. Un piatto particolare, che ricorda la mia infanzia: il “brodetto”. Il “brodetto” di Porto Recanati. In quella spiaggia di sassi ho imparato a nuotare e lì di fronte c’erano due nomi famosi nelle Marche: Bianchi, due fratelli, Vincenzo e Nicola, per non fare torto a nessuno. L’uno “il mago”, l’altro “l’uomo” del brodetto. E’ questo un piatto tipico marchigiano, fatto di tanti pesci il cui segreto è quello di farli cuocere nell’arco di 4-5 ore mettendo prima il pesce più duro, che ha bisogno di più tempo, e poi alla fine quello che va appena riscaldato e si serve su una base di fette di pane arrostite con lo zafferano giallo, e sopra si mette questa varietà di pesci con il sughetto di pomodoro. Sento ancora il profumo di quando la prima volta, credo a 5-6 anni, iniziai a mangiarlo.

Saltiamo da Sud a Nord: Ascoli Piceno ed Urbino, anche se dovremmo

della regione dei mille comuni, quindi dovremmo parlare di tante città che sono tutte bellissime.

Ascoli Piceno è una delle città più belle, con una Piazza del Popolo che è incantevole. Le nostre piazze sono nate come salotti della comunità, le nostre città sono rotonde. Dentro le mura, ma sono rotonde e in mezzo a questo cerchio c’è la piazza. E la piazza è il luogo della storia ma anche il luogo moderno del ritrovo, del bar. C’è il “Bar dello Sport” dove si discute dei risultati di calcio la domenica, ma lì vicino quasi sempre c’è la Pinacoteca comunale e di fronte c’è la Biblioteca comunale, dove la gente, la comunità si ritrova. Una delle frasi più ripetuta in questa nostra regione è “andiamo su in piazza” oppure “ci vediamo dove? Ci vediamo in piazza”. Ora la piazza può essere qualunque, in ogni città ce ne sono diverse, ma la piazza centrale è il luogo di ritrovo. Ascoli ha delle vestigia romane, ha una parte medioevale splendida e ha questa piazza del Popolo che credo valga la pena, da sola, un viaggio di migliaia di chilometri per essere vista.

Urbino è l’alta montagna marchigiana, è il Montefeltro, è il Duca di Urbino. Ecco debbo dire con una battuta anche perché è stato il Rettore, il mio Rettore quando io mi sono laureato all’Università di Ancona, ed era ancora sede dell’Università di Urbino, è stato il mio Rettore il grande letterato Carlo Bo, chiamato anche lui Duca di Urbino. Urbino è una capitale del Rinascimento italiano, a partire dal Medioevo fino al Rinascimento. E ancora oggi si tocca con mano andando per le vie, i vicoli di Urbino, ci si aspetta che venga fuori dal portone una damigella o un monsignore, ma non il monsignore prelato ma il mio signore dell’epoca. E la cosa impressionante è che con queste radici antiche, la regione è cresciuta; la regione è nel mondo, si apre alla competitività e alla concorrenza di tutti i continente. Ci sono, oggi, marchigiani in Cina, ci sono oggi marchigiani in Brasile, negli Stati Uniti, in Argentina, un po’ come tutti gli italiani, i campani, i friulani…

E quando si va all’estero questo nostre comunità ti accolgono col calore del loro affetto più profondo. Il calore degli italiani all’estero in generale, è molto più forte e più sentito che non, magari, il calore degli italiani in Italia, questo va detto. Certo, se si ritrova poi il corregionale si hanno argomenti diciamo più familiari, più vicini all’esperienza di vita di ciascuno e quindi il calore aumenta. E questa è un’occasione proprio per salutare certamente tutti gli italiani che stanno sparsi nel mondo, quei sessanta milioni di nostri concittadini che tengono alto il nome dell’Italia e, particolarmente, i tanti marchigiani che sono in giro per il mondo. Tanti auguri e tanta fortuna dalle vostre Marche.

di Mario Baldassarri