Il trattato di Maastricht ed il Fiscal Compact definiscono i vincoli europei in termini di “conti pubblici” (deficit pubblico comunque sotto il 3% del Pil e tendente a zero e rapporto debito pubblico/Pil da riportare al 60% nei prossimi venti anni).

Il Debito Pubblico trasmette i suoi impulsi di stabilità o di fibrillazione sui mercati “finanziari”. E poiché detti parametri sono stati definiti rispetto a valori “strutturali”, cioè tenendo conto del ciclo economico negativo, il principio di flessibilità è già compreso all’interno degli stessi trattati.

Dall’altra parte c’è il Six Pack che fa invece riferimento ai “conti con l’estero” di ciascun paese che trasmettono impulsi all’economia “reale” del resto d’Europa e del mondo. Se infatti un paese è in disavanzo di partite correnti nelle propria Bilancia dei Pagamenti “aggiunge”, con una domanda interna eccessiva rispetto alla produzione nazionale, spinte alla crescita sul resto del mondo. Se al contrario il paese è in avanzo, cioè consuma meno di ciò che produce, “sottrae” domanda e “frena” la crescita del resto del mondo. Nell’area-euro, un paese in avanzo, non solo frena la crescita degli altri paesi membri,  ma aggiunge un ulteriore effetto negativo perché spinge all’apprezzamento eccessivo dell’euro.

In riferimento a deficit ed a debito, i parametri (3% e 60%) sono uguali per tutti i paesi. Al contrario per il parametro relativo alle Partite Correnti c’è una forte asimmetria: il paese in deficit non deve superare il 3% per più di tre anni consecutivi; il paese in avanzo non deve superare il 6% per più di tre anni. Chi “aggiunge” domanda al resto del mondo non può cioè aggiungere più del 3% del proprio Pil, chi invece “succhia” domanda dal resto del mondo può farlo fino al 6% del proprio Pil e, se supera tale limite, può farlo per tre anni consecutivi.

Ebbene, se è vero che l’Italia con il suo 135% di rapporto Debito/Pil può trasmettere fibrillazioni sui mercati “finanziari” internazionali, è altrettanto vero che in termini di impulsi negativi sull’economia “reale” il vero paese “destabilizzatore” è la Germania. E’ vero che la Germania è in buona/cattiva compagnia con la Cina. La prima economia del mondo (il Pil cinese supererà quello americano il prossimo anno) ha da anni un forte avanzo di partite correnti che dovrebbe far apprezzare lo Yuan, mentre invece i cinesi entrando nel WTO hanno ottenuto la facoltà di agganciare la loro moneta al dollaro e così lo hanno svalutato del 40% rispetto all’euro. In termini relativi però, la Germania trasmette al resto d’Europa e del mondo un effetto reale negativo pressoché “doppio” rispetto a quanto non faccia la stessa Cina.

I “conti esteri” tedeschi, infatti, presentano da oltre cinque anni consecutivi un “avanzo” di partite correnti attorno al 7% del Pil. Da tempo quindi, sulla base del Six Pack la Germania avrebbe dovuto essere “sanzionata”. E per di più tale avanzo si mostra in crescita di anno in anno. Nel 2012, l’avanzo tedesco è stato pari a 236 Miliardi di euro, 77 verso l’area-euro e 159 verso paesi extra-euro. Nel 2013, l’avanzo è salito a 248 Miliardi di euro, rispettivamente 60 e 188. In questo 2014 sta volando verso i 280 Miliardi di euro.

C’è inoltre una differenza socialmente e politicamente enorme tra il paese che deve contenere il proprio deficit e debito pubblico ed il paese che deve contenere l’avanzo di partite correnti dei propri conti esteri.

Per il primo, l’aggiustamento significa chiedere “sacrifici” ai propri cittadini (meno spesa e/o più tasse). Per il secondo, l’aggiustamento significa consentire e magari spingere i propri cittadini a consumare di più ed a vivere meglio.

Ecco allora che un ragionevole confronto in sede europea dovrebbe avere sul tavolo “contemporaneamente” tutte queste questioni, nel comune fine di ottenere per tutta l’Europa e per l’area-euro  più stabilità finanziaria e più crescita economica, cioè un più alto benessere per i cittadini poggiato su solide condizioni di stabilità finanziaria e non certo su scialacquii di spesa pubblica, deficit e debito. E tutto ciò ancora a maggiore ragione quando si profila lo spettro di una pericolosa deflazione in tutta Europa ed una frenata della produzione industriale nella stessa Germania, scesa per tre mesi consecutivi, con la punta del -1,8% nello scorso mese di maggio.

 

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