Chi è Mario Baldassarri

Mario Baldassarri
Mario BaldassarriEconomista

 

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40 anni di Percorso Scientifico

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Ho iniziato la mia formazione di economista nel 1965 presso la Facoltà di Economia dell’Università degli Studi di Urbino ad Ancona.

L’Università di Urbino è stata fondata nel 1506 e nel secondo dopoguerra, dal 1947 al 1961, è stata  presieduta dal Rettore Magnifico Carlo Bo.

La Facoltà di Economia di Ancona, “scientificamente” progettata e realizzata da Giorgio Fuà, è nata nel 1959 come sede distaccata di Urbino fino a confluire nel 1969 nell’Università di Ancona, oggi Università Politecnica delle Marche.

Nel luglio 1969 ho conseguito la Laurea in Economia e nel corso di quegli anni ho avuto l’opportunità di seguire i primi corsi di macro e microeconomia, scienza delle finanze, economia monetaria, economia internazionale, politica economica, nonché i corsi di analisi matematica, matematica finanziaria ed econometria come strumenti da applicare all’analisi economica, sia teorica che empirica con maestri prima ed amici poi quali Giorgio Fuà, Franco Reviglio, Claudio Napoleoni, Paolo Pettenati, Guido Rey.

Nel 1972, sono stato ammesso al Graduate Program del Dipartimento di Economia dell’MIT, Cambridge-Mass., dove ho conseguito il Ph.D. in Economics nel 1977 e dove ho approfondito ed esteso a tutto raggio la mia formazione scientifica, grazie, anche e soprattutto qui, a maestri prima ed amici poi quali Franco Modigliani, Robert Solow, Paul A. Samuelson, Charles Kindleberger, Evsey Domar, Franklin Fisher, Duncan Foley, Robert Hall, Stanley Fischer, Rudiger Dornbusch.

 

Sin da quegli anni il focus dei miei interessi si è concentrato su tre filoni e sulle loro interconnessioni: crescita economica, equilibrio finanziario ed equità distributiva.

In particolare, anche se non in modo esclusivo, mi sono dedicato allo studio del ruolo e degli effetti del bilancio pubblico sul sistema economico, soprattutto in termini di impatto strutturale sulla crescita dell’economia e sulla redistribuzione sociale del reddito, nonché sulle interazioni tra la distribuzione del reddito e la stessa crescita economica.

 

La mia tesi di laurea presso l’Università di Ancona (1969) ha infatti come tema “Gli effetti della Spesa Pubblica nei paesi della Comunità Economica Europea”, CEE come si chiamava allora quella che oggi è l’Unione Europea[1].

 

Sul piano teorico, il prodotto più significativo del mio studio (e punto di partenza essenziale di tutti i miei lavori e contributi dei quasi quaranta successivi anni) è la mia tesi di dottorato presso il MIT (1977) dal titolo “Government Expenditure, Inflation and Growth”, pubblicata in singoli articoli in lingua inglese e come monografia in lingua italiana da Il Mulino di Bologna[2].

Un punto centrale di questa analisi teorica, che mi ha consentito di formulare alcuni rilevanti teoremi, è che “il livello e la composizione” della spesa pubblica ed “il livello e la composizione” delle entrate fiscali determinano diversi percorsi di crescita dei sistemi economici. Pertanto, lo studio dell’impatto del bilancio pubblico sull’economia non può essere limitato alla valutazione degli effetti dei “soli” saldi finanziari. In altri termini, il deficit pubblico e l’accumulazione di debito pubblico producono importanti effetti sull’economia, ma non possono esaurire lo studio di come e quanto la politica di bilancio determini le condizioni strutturali di crescita della stessa economia.

Infatti, a parità di deficit o di debito (ed anche se il deficit ed il debito fossero pari a “zero”), il livello e la composizione di spesa ed entrate pubbliche “cambiano” le prospettive strutturali di crescita e quindi, di conseguenza, le prospettive di occupazione e di redistribuzione del reddito, sia in termini intra-generazionali, sia in termini inter-generazionali, sia in termini territoriali.

In questo contesto teorico, ho prodotto un teorema rilevante che “rovescia” il precedente teorema di Haavelmo, noto come “teorema del bilancio in pareggio”. Quest’ultimo, infatti, affermava  che un aumento di pari importo della spesa pubblica e delle tasse (e pertanto a deficit zero) determina sull’economia un pari aumento del reddito reale.

Il mio contributo consiste nell’aver dimostrato che la relazione tra l’intervento pubblico in economia attraverso le politiche di bilancio (anche se a deficit zero e con bilancio in pareggio) e il percorso potenziale di crescita dell’economia non è “lineare”. Quando il “livello” di spesa pubblica e tasse è modesto rispetto al Pil, un loro aumento proporzionale può anche far crescere reddito ed occupazione, come proposto da Haavelmo, ma questo effetto non rimane “lineare” all’infinito. Esiste, infatti, una “soglia” oltre la quale questo effetto di aumento della spesa pareggiato da un aumento delle entrate produce effetti di “riduzione e non di aumento” del reddito e dell’occupazione. Quella relazione cioè “torna indietro” ovvero, in termini inglesi, è “backwarding”. Questo effetto è inoltre dipendente non solo dal livello di spesa ed entrate pubbliche, ma anche dalla loro composizione in termini di tipologie di spese (correnti ed investimenti) e di tipologie di entrate (dirette ed indirette, sul reddito e/o sul patrimonio ecc.).

Un altro mio contributo teorico si riferisce alla relazione tra equità distributiva del reddito e condizioni strutturali di crescita dell’economia. Anche in questo caso ho dimostrato che la relazione “non è” lineare[3].

Da una parte, se un sistema economico è caratterizzato da fortissime iniquità distributive (pochi ricchi e tanti poveri) non può avere prospettive strutturali di solida crescita economica.

D’altra parte però, se un sistema economico è perfettamente “egualitario” (tutti i cittadini hanno lo stesso reddito) le prospettive strutturali di crescita risultano altrettanto limitate e modeste.

Queste due “non linearità” nella teoria economica (che sembrano riprodurre in economia il principio fisico del motore elettrico che gira se due campi magnetici non sono né troppo vicini, né troppo lontani) hanno importanti conseguenze su tutte le analisi, teoriche ed empiriche, che si propongono di valutare gli effetti del bilancio pubblico e della redistribuzione del reddito all’interno dei sistemi economici.

Queste sono due colonne portanti che hanno guidato nei decenni successivi pressoché tutti i miei lavori, teorici ed empirici.

 

Una successiva filiera di ricerca fa riferimento al ruolo dell’accumulazione di capitale umano (istruzione e formazione) sui percorsi di espansione economica, anche in relazione ai modelli di crescita “endogena” ed al tentativo di spiegare e misurare parti del cosiddetto “residuo di Solow”, cioè quella parte di crescita economica non spiegata dall’aumento quantitativo dei fattori produttivi[4].

Nell’ambito di questo filone ho anche prodotto una analisi teorica circa il modello “ottimale” di finanziamento dell’istruzione[5], soprattutto in relazione alla formazione nelle fasi più alte del processo (diploma, laurea, dottorati). In questa analisi si evidenzia che la totale gratuità dei corsi per gli studenti con costi a carico del bilancio pubblico può produrre effetti peggiori e meno efficienti nella apertura di opportunità e nella selezione delle capacità (skills) rispetto a forme che prevedano la percezione ed il pagamento individuale dei costi della formazione più avanzata affiancate, però, da ampi programmi di sostegni e sussidi diretti agli studenti (borse di studio riferite sia alla tasse scolastiche sia al mantenimento ed al costo complessivo dello stesso studente) che meritano ma si trovano in condizioni economiche precarie e non tali da permettere il sostegno degli stessi costi. Nel caso di costo tutto finanziato dal bilancio pubblico si rischia infatti di sostenere figli con capacità non eccellenti di famiglie benestanti che arrivano ai gradi elevati di istruzione solo perché una “selezione sociale perversa” è avvenuta ben prima. Per di più tale formazione è ottenuta, dai figli provenienti da famiglie più agiate, “gratuitamente” perché a carico del bilancio pubblico e cioè dei contribuenti. D’altra parte vengono esclusi figli con eccellenti capacità intellettive provenienti da famiglie più povere solo perché agli alti gradi di istruzione non riescono proprio ad arrivare perché “esclusi” nelle fasi precedenti di selezione sociale perversa.

Nella seconda metà degli novanta, all’Università La Sapienza di Roma, ho avuto la fortuna, forse no del tutto casuale, di avere un geniale studente[6] che mi chiese di seguirlo nella sua tesi di laurea. Voleva studiare l’impatto della diffusione della intelligenza artificiale sulla crescita economica. In quel suo eccellente sforzo di ricerca emerse che un singolare aspetto: una crescita dell’intelligenza artificiale potrebbe accelerare la crescita economica e, a sua volta, questa più veloce crescita  farebbe accelerare la crescita dell’intelligenza artificiale, in un circolo virtuoso che si potrebbe autoalimentare. Nacque allora la curiosità scientifica di quale potesse in quel modello teorico il “limite della crescita”. Ovvero, cosa accade quando la produttività va all’infinito? Questo e’ connesso alle discussioni sulla “singularity”.

La singolarità tecnologica è un momento ipotetico in un’epoca in cui l’intelligenza artificiale sarà progredita al punto di una maggiore umana intelligenza , cambiando radicalmente la civiltà e, forse, la natura umana. Poiché la funzionalità di tale intelligenza può essere difficile da comprendere per un essere umano, la singolarità tecnologica è spesso vista come un evento (simile ad una singolarità gravitazionale) oltre il quale il corso futuro della storia umana è imprevedibile o addirittura insondabile. Il primo uso del termine ” singolarità ” in questo contesto è stato dal matematico John von Neumann. Il termine fu reso popolare dallo scrittore di fantascienza Vernor Vinge, il quale sostiene che l’intelligenza artificiale o le interfacce cervello-computer potrebbero essere le possibili cause della singolarità . I sostenitori della singolarità tipicamente postulano una “esplosione di intelligenza”, dove superintelligenze progettano successive generazioni di menti sempre più potenti e potrebbero non fermarsi fino a quando le capacità cognitive dell’agente superano di

gran lunga quella di qualsiasi essere umano. Kurzweil predice che la singolarità possa verificarsi intorno al 2045, mentre Vinge predice che ciò avvenga prima del 2030 . In Singularity Summit 2012, Stuart Armstrong ha fatto una analisi su vari studi di generalizzata intelligenza artificiale (AGI) e ha trovato una vasta gamma di date previste, con un valore medio al 2040. La sua previsione sulla revisione dei dati è che c’è una probabilità dell’80 % che la singolarità si verificherà tra il 2017 e il 2112! Molto più banalmente, se la produttività accelera e “tende” all’infinito, il tempo di produzione “tende” a zero. Ecco allora che il limite teorico della crescita economica è una produzione che viaggia alla velocità della luce. Ecco che il grande Einstein può essere utile anche nella speculazione teorica dei modelli di crescita economica.

 

Qualche decennio dopo aver formulato queste radici teoriche, ho tentato di stimare per numerosi paesi europei, Italia inclusa, quale potesse “empiricamente” essere la “soglia” oltre la quale ulteriori aumenti di spesa pubblica, anche se compensati da pari aumenti di tasse, determinano una “riduzione” della crescita e dell’occupazione potenziale.

In riferimento ai dati storici degli anni ottanta e novanta, tale soglia empirica è risultata essere compresa, per i paesi analizzati, tra il 40 ed il 42% del Pil[7].

E’ evidente che, sia sul piano teorico che nella esperienza empirica, qualora gli aumenti di spesa pubblica avvenissero senza copertura di entrate e quindi con deficit ed accumulazione di debito pubblico, agli effetti sull’economia reale prima indicati si “aggiungerebbero” altri dirompenti effetti dovuti agli stessi squilibri finanziari causati dal bilancio pubblico e dalla progressiva accumulazione  di Debito Pubblico. Ciò è ovviamente riferibile al problema della “sostenibilità” dello stesso Debito Pubblico e quindi ai rischi incombenti di gravi crisi finanziarie sui mercati nazionali ed internazionali.

Su questo specifico tema è “pietra d’angolo” il teorema di Solow, premio Nobel e uno dei miei grandi maestri del MIT. Robert Solow, oltre cinquanta anni fa, fece capire che, se il tasso di interesse reale “supera” il tasso di crescita dell’economia, il rapporto tra Debito Pubblico e Pil è destinato ad aumentare all’infinito e, quindi, il Debito è “insostenibile”.

Ecco allora che non ci si può limitare al controllo dei soli saldi finanziari del bilancio pubblico. Proprio perché, se questo obiettivo viene perseguito in modo miope e sbagliato, degradando e riducendo le prospettive di crescita economica, l’insolvibilità del debito viene comunque a riproporsi. In altri termini, il debito pubblico diventa “insolvibile” sia se i tassi di interesse sono molto alti, sia anche se il tasso di crescita è strutturalmente troppo basso.

L’esperienza europea ed italiana di questi anni, in larga parte, è un riscontro empirico di quelle radici teoriche: i tassi di interesse possono anche essere storicamente molto bassi o addirittura tendere a zero, ma se la crescita dell’economia è anch’essa pari a zero, o peggio sotto zero, il problema del Debito Pubblico permane nella sua prospettiva di insolvibilità.

D’altra parte però, come ho indicato in precedenza, il teorema che mostra come la ”composizione” oltre che il “livello” di spesa pubblica e tasse ha un impatto strutturale sulla crescita potenziale di un sistema economico implica una determinante conseguenza. Si tratta cioè, quanto meno, di distinguere tra spesa corrente e spesa per investimenti e, anche qui quanto meno, tra imposte dirette ed indirette, tra imposte che gravano sul lavoro e sulla produzione (salari e profitti) e quelle che gravano sui patrimoni e sulle rendite (da posizione dominante sul mercato o da comportamenti illeciti come sprechi e ruberie sulla spesa pubblica ed evasione sul fronte fiscale), che non alimentano il circolo virtuoso produzione-reddito-occupazione, ma il circolo perverso rendita (più o meno lecita)-accumulazione di patrimonio che non alimentata il ciclo produzione-reddito e porta al ciclo recessione-depressione economica.

 

Per queste ragioni, teoriche ed empiriche, una analisi seria sulle politiche di bilancio pubblico non può prescindere dai suoi effetti strutturali sulla crescita economica ed i problemi di  equità distributiva del reddito debbono essere valutati anch’essi alla luce del loro impatto sulle condizioni di crescita di lungo periodo.

In sintesi, i sacrosanti obiettivi di rigore finanziario, crescita economica ed equità distributiva non possono che essere perseguiti congiuntamente ed in parallelo, proprio perché non possono essere trascurati gli effetti di interazione che si determinano tra loro. Esiste cioè una solida politica economica che poggia su solide teorie economiche e su trasparenti e documentabili esperienze empiriche.

 

Questi elementi mi hanno indotto negli anni a produrre analisi e a fare proposte di politica economica, sia in riferimento al processo di globalizzazione nell’economia mondiale[8], sia rispetto alla costruzione europea verso gli Stati Uniti d’Europa, sia in riferimento alle condizioni nelle quali si è trovata e si trova l’economia italiana.

 

In riferimento all’economia europea[9], proprio sulla base di quei teoremi e di quei riscontri empirici, si può pienamente comprendere che le regole del Trattato di Maastricht, pur introducibili come legge del taglione al momento della costituzione della Unione Europea e della Unione Monetaria, assumano sempre più quel carattere di “stupidità” che autorevoli personaggi certamente “europeisti” hanno avuto modo di indicare nel corso degli ultimi anni.

Per comprendere appieno queste riflessioni si consideri, da una parte, un paese che rispetti il famoso vincolo del 3% sul deficit con un livello di spesa pubblica e di tasse rispettivamente pari al 90% ed all’87% del Pil e, dall’altra parte, un paese che rispetti sempre il vincolo del 3% ma con una spesa pubblica ed un livello di tasse pari al 40% e 37% del Pil. E’ evidente che le prospettive strutturali di crescita di queste due economie sono notevolmente diverse e pertanto, quella garanzia di pseudo equilibrio finanziario è estremamente fragile se non inesistente nel medio-lungo termine. E questo varrebbe anche se quei due paesi avessero deficit e debito pari a “zero”.

Da qui nasce la mia proposta di Maastritch 2, cioè un nuovo trattato “meno stupido e molto più rigoroso” di Maastritch 1. Si tratta, infatti, di inserire nei bilanci pubblici la nota “regola della leva” (leverage) che da secoli guida i comportamenti virtuosi di famiglie ed imprese.

Infatti, quando una famiglia decide di acquistare una casa (spesa per investimento) cerca di risparmiare prima una parte (il 30-40%) e con quell’acconto acquista la casa accendendo un mutuo per il 60-70% del valore della casa (leva 1/2). Se dovesse aspettare di accumulare tutte le risorse per procedere al pagamento in contanti forse aspetterebbe tutta la vita ed non comprerebbe mai una casa.

Quando una impresa decide di acquistare un capannone o nuovi macchinari cerca in parte di autofinanziare l’acquisto con i profitti precedenti e per il resto accende anch’essa un mutuo bancario. Se dovesse pagare in contanti sia il capannone che i macchinari molto probabilmente non potrebbe mai effettuare gli investimenti.

E’ evidente peraltro che se la famiglia chiedesse un mutuo per il 100% del valore della casa e l’impresa per il 100% del suo investimento, nessun saggio banchiere sarebbe disponibile a tale finanziamento. E qui il riferimento ai casi americani di Fannie Mae e Freddie Mac e delle “follie finanziarie” che hanno fatto da detonatore della crisi finanziaria di questi anni è perfettamente voluto.

D’altra parte però, sarebbe altrettanto “folle” pretendere che famiglie ed imprese debbano finanziare al 100% i loro investimenti pagando tutto in contanti senza accesso al sistema creditizio e all’indebitamento di medio-lungo termine.

Nel primo caso, l’economia “esplode” come abbiamo visto in anni recenti.

Nel secondo caso l’economia “implode” come stiamo vedendo adesso in Italia ed in Europa.

Da qui, Maastricht 2: ogni Stato “deve” avere un “avanzo di parte corrente” (e questo è l’aspetto di maggiore rigore rispetto a Maastricht 1) e per ogni 1% di Pil di avanzo corrente è abilitato ad effettuare investimenti, ad esempio, per il 4% di Pil. Questo paese avrebbe un deficit pubblico pari al 3% del Pil, ma questa condizione sarebbe dinamicamente ed enormemente più solida di un paese al 3% di deficit dovuto tutto a spesa corrente ed anche di un paese a deficit “zero” ma associato a “zero” investimenti.

Da tutto questo discende anche la palese assurdità con la quale si è introdotta in Europa la totale dicotomia tra politiche di bilancio e politica monetaria, assegnando alla Banca Centrale Europea, per statuto, l’unico obiettivo di controllare l’inflazione sotto il 2%, indipendentemente da qualsiasi andamento dell’economia reale.

Qui occorre ricordare il calcolo “aritmetico” attraverso il quale fu definito a suo tempo il vincolo del 3% sul deficit pubblico.

In quegli anni, in Europa risultava esserci un rapporto “medio europeo” tra Debito Pubblico e Pil pari al 60%. La crescita media europea fu stimata nel lungo termine pari al 3%. L’obiettivo di inflazione fu posto al 2%. Pertanto, poiché in queste condizioni “astratte” il Pil nominale sarebbe cresciuto del 5% all’anno (3% reale+2% di inflazione), per garantire la stabilità al 60% del rapporto Debito/Pil bastava porre il vincolo del 3% al deficit. Infatti 60% moltiplicato 5% porta al….3%!

Poi si disse che la BCE doveva guardare all’inflazione al 2% ed i governi nazionali avrebbero dovuto perseguire la crescita al 3%, rispettando Maastricht 1!

Ma due soggetti con un solo occhio funzionante (BCE e Maastricht 1) non equivalgono ad una persona sana con due occhi a dieci decimi l’uno!

 

In riferimento all’economia ed alla società italiana, quei teoremi e quei riscontri empirici  mi hanno indotto negli anni a produrre e formulare diverse analisi e proposte di politica economica e di interventi strutturali[10].

A metà anni settanta, al rientro dagli Stati Uniti dove ho avuto la fortuna di incontrare eminenti maestri di economia e di vita nonché amici e colleghi italiani tra i quali Ezio Tarantelli e Mario Draghi, ho anche avuto la fortuna di incontrare, grazie a Giancarlo Mazzocchi, Romano Prodi e Nino Andreatta, un gruppo di colleghi economisti presso la Università Cattolica di Milano e, soprattutto, presso l’Università di Bologna dove ho poi insegnato per circa quattordici anni e, successivamente, alla Sapienza di Roma dove ho insegnato e svolto attività di insegnamento e di ricerca dal 1988 fino al 2001. Questi diversi ambienti accademici hanno enormemente contribuito a creare un proficuo humus di ricerca scientifica, di analisi empiriche e di determinante scambio di idee e proposte, largamente riferite alle condizioni dell’economia italiana rispetto alle quali ho avuto la possibilità di produrre una copiosa serie di monografie e articoli scientifici.

Qui però voglio limitarmi ad uno specifico filone di impegno scientifico e di analisi empirica che rappresenta anche in larga parte una dovuta testimonianza storica ad un maestro-amico perso troppo presto e soprattutto in anni che avrebbero avuto grande bisogno del suo acume e della sua saggezza.

Nel 1978, mentre era in corso il dibattito sull’introduzione in Italia di una “legge finanziaria (la L.468/78)” e di una “sessione di bilancio” presso il Parlamento, impostammo all’Arel(Agenzia di Ricerche Economiche e Legislative), con Nino Andreatta, tre grandi “battaglie” che oso oggi chiamare “civili”.

Queste tre “battaglie” ponevano tre “obiettivi”:

1.- la certificazione dei bilanci di tutte le Amministrazioni Pubbliche italiane (Stato, Regioni, Comuni, Province, Enti Pubblici vari) volta a dare “trasparenza e certezza” ai conti pubblici nonché responsabilità chiare ai vari livelli della politica;

2.- l’introduzione in Costituzione dei “vincoli di bilancio”, non intesa semplicemente come semplice limite al deficit pubblico, che avrebbe comportato una specie di “licenza di spendere e di tassare” e quindi con la quasi certezza di avere aumenti di spesa corrente compensati con riduzioni di investimenti o, peggio ancora, con aumenti di tasse. Infatti il bilancio pubblico si esprime con una semplice equazione (deficit = spesa – tasse). Questa equazione ha tre variabili e pertanto un “vincolo vero” deve fissarne almeno due: o il deficit associato ad un tetto di spesa oppure associato ad un tetto di tasse;

3.- la costituzione di un Ufficio Parlamentare di Bilancio, sul modello del CBO americano (Congressional Budget Office), che rappresentasse una Autorità indipendente ed autorevole che facesse riferimento direttamente al Parlamento con il compito di fornire ai decisori delle politiche economiche analisi volte ad una quantificazione certa dei provvedimenti di politica economica e finanziaria derivanti dalle diverse leggi o proposte  e volte anche a valutare i loro effetti sull’economia nonché gli effetti di ritorno che gli andamenti economici così determinati avrebbero avuto sullo stesso bilancio pubblico.

In particolare su quest’ultimo tema, Nino Andreatta organizzò presso l’Arel di Roma  una serie di seminari ed incontri ai quali invitò, tra gli altri, l’allora direttore generale del CBO americano che illustrò ruolo e funzioni dello stesso CBO ed il metodo dello ZBB (Zero Base Budgeting). Questa procedura, quanto meno, imponeva di valutare le decisioni di politica economica in termini di maggiori o minore spese ed entrate rispetto ai valori storici passati e non rispetto ai valori previsti tendenziali futuri, come avveniva ed avviene tutt’ora in Italia, con la conseguenza che tagli di spesa sulle previsioni future determinano aumenti di spesa rispetto all’anno precedente.

Nel 1978, queste tre battaglie furono “perse”.

Nei decenni successivi ed ancor più in questi ultimi anni (ed oggi stesso) ne subiamo tutti le conseguenze:

–         in termini di scarsa certezza e trasparenza dei conti pubblici (basti pensare al consolidamento dei bilanci regionali, provinciali e comunali con dati estremamente eterogenei tra loro ed informazioni che arrivano con anni di ritardo);

–         in termini di un vincolo sul “solo” deficit introdotto recentemente in Costituzione (con voto parlamentare pressoché unanime, con pochissime eccezioni come il sottoscritto che motivò nell’aula del Senato il suo dissenso) che palesemente e di fatto ha determinato e determina il circolo perverso di non controllare la spesa corrente, ridurre gli investimenti ed aumentare le tasse al fine di contenere lo stesso deficit pubblico con il risultato di ridurre la crescita e l’occupazione e quindi di mettere sempre in condizioni precarie e fragili lo stesso obiettivo di contenere il deficit. I dati “storici”, almeno dal 2000 ad oggi, dimostrano tutto questo ed  indipendentemente dai governi che si sono succeduti; [11]

–         in termini di analisi sulla quantificazione economico-finanziaria delle diverse leggi disperse in troppe entità e nessuna con piena ed autonoma responsabilità: Mef, RGS, Istat, Banca d’Italia, Corte dei Conti. Gli effetti delle politiche economiche sugli andamenti dell’economia continuano a non essere valutati o ad essere valutati in modo discrezionale ed assolutamente non trasparente da parte della RGS e del MEF, che continuano ad ostinarsi in valutazioni “statico-contabili” senza considerare la interazione tra “politiche economiche-andamento dell’economia-effetto di ritorno sulle stesse poste del bilancio pubblico”.

In queste condizioni il Parlamento e gran parte dei membri di governo sono quindi “dipendenti” dalle valutazioni autocratiche che provengono dal MEF e dalla Ragioneria Generale dello Stato.

Su questo specifico pluridecennale “impegno” si sono collocati numerosi interventi e proposte, fatte anche nella sede istituzionale del Senato riscontrabili nei resoconti dei lavori di Commissione ed Aula.

In riferimento a questi precedenti, si colloca finalmente oggi l’Ufficio Parlamentare di Bilancio (UPC) introdotto con la legge 24 dicembre 2012 n.243 e che dovrebbe essere attivato nella prima parte del 2014.

Dopo 35 anni dalla battaglia persa insieme a Nino Andreatta e pochi altri, questa opportunità per dare al paese e soprattutto al Parlamento ed alla politica “certezza di conoscenza” e “responsabilità di decisione consapevole” non può essere persa.

Come infatti diceva Luigi Einaudi, occorre “conoscere per decidere”.

 

Per completare questa sintetica descrizione del mio percorso scientifico, voglio infine segnalare, quasi “fuori sacco”, due ulteriori filoni di impegno.

Il primo consiste in un contributo teorico “puntuale” in riferimento alla teoria dell’oligopolio concentrato applicata al mercato mondiale della droga[12] dal quale emerge che il proibizionismo determina la formazione di giganteschi margini di profitto che non fanno che alimentare il mercato clandestino ed il suo diretto controllo di potenti organizzazioni criminali internazionali, con le conseguenti azioni di sinergia con altri mercati illegali (armi e prostituzione) e inquinamento di mercati legali (riciclaggi in settori normali di attività economica). Di conseguenza la legalizzazione, sul piano teorico, rappresenta la più efficace lotta alla criminalità ed alla diffusione delle droghe.

Il secondo, ben più consistente impegno, è dovuto alla preziosa ed essenziale collaborazione con un mio amico e collega economista, Pierluigi Ciocca, con il quale abbiamo voluto raccogliere in tre volumi i maggiori contributi alla teoria economica ed alle evidenze empiriche che insigni economisti italiani hanno prodotto a cavallo del XIX e XX secolo, da Ferrara nel 1854 ad Einaudi nel 1944. Questi contributi, noti nell’accademia italiana ma, per ragioni linguistiche, meno noti nel resto del mondo sono stati pubblicati per la prima volta in lingua inglese, in tre volumi ai quali abbiamo voluto non casualmente dare il titolo “Roots of the Italian School of Economics and Finance”.[13]

Questa rilevante raccolta di saggi è stata preceduta da un mio personale interesse scientifico, culturale e territoriale riferito a Maffeo Pantaleoni[14], che per anni insegnò Scienza delle Finanze all’Università di Macerata, città dove sono nato e nella quale mi sono trovato a giocare al calcio da alunno delle elementari nel giardino di Casa Pantaleoni in Via delle Vergini. Solo più tardi sono stato in grado di conoscere ciò che il grande Maffeo Pantaleoni aveva pensato e scritto probabilmente tra le mura di quella casa o nello studio dove, una volta, un pallone colpito male ruppe il vetro della finestra. Per nostra fortuna, la casa era disabitata da qualche decennio.

 

E per ultimo, ma primo nella mente e nel cuore, voglio segnalare un saluto ai due grandi maestri, non a caso amici tra loro, che ho avuto la fortuna di incontrare all’Università di Ancona, Giorgio Fuà, ed al MIT, Franco Modigliani e senza i quali non avrei mai potuto formarmi come economista e non avrei mai potuto scrivere le pagine precedenti dove ho sintetizzato il mio percorso scientifico.

Il 13 settembre del 2000, quando Giorgio Fuà ci ha lasciato, ero direttore responsabile della Rivista di Politica Economica e chiesi al mio amico e collega Alberto Niccoli, suo allievo e collega, di scrivere un saggio in ricordo di Giorgio Fuà. Chiesi a Lorenzo Fuà di farmi avere una sua simpatica foto. Pubblicai il tutto sulla rivista allora da me diretta[15].

Al momento della scomparsa del mio grande maestro, di scienza e di vita, Franco Modigliani, ho scritto di getto un “ricordo fatto di ricordi” .

Ci siamo incontrati per la prima volta all’Università di Ancona nel lontano 1968. Lui era “già” Franco Modigliani, stava lavorando al Massachusetts Institute of Technology negli Stati Uniti, insieme ad Albert Ando, alla costruzione del primo grande modello econometrico dell’economia americana. Si chiamava MPS (MIT-Penn-Social Science). Accettò l’invito del suo grande amico Giorgio Fuà a venire ad Ancona per tre giorni e spiegare agli studenti l’econometria dei grandi modelli, l’analisi economica espressa dalle equazioni di comportamento, le condizioni di equilibrio delle equazioni di definizione, le possibilità di verificare i modelli teorici e le scelte concrete di politica economica. E ci disse: “se le vostre teorie sono smentite dalla analisi empirica e cioè dalla realtà del mondo, cambiate le vostre teorie, non cercate di cambiare il mondo forzando in numeri dentro le vostre equazioni teoriche!”.

Io ero studente al 3° anno della Facoltà di Economia. In quei giorni “sognai” di poter andare un giorno al MIT per conseguire un Ph.D. Ovviamente Franco Modigliani non notò quel giovane italiano che seguiva le sue parole una per una. Quattro anni dopo, conseguita la borsa di studio Stringher-Mortara della Banca d’Italia, fui in grado di “tentare” di realizzare quel sogno e feci la mia domanda per il PhD Program presso il MIT. Non conoscevo ovviamente nessuno in quel lontano posto, ma il comitato di selezione mi comunicò l’accettazione della mia application. E così nel settembre del 1972 entrai nel suo studio e per la prima volta facemmo personale conoscenza.

Non ci siamo mai più persi, scientificamente e umanamente, finché, il 25 settembre del 2003, ci ha lasciato, lucido, presente e combattente per le sue idee fino alla sera prima[16].

 


[1]  Mario Baldassarri, Gli Effetti della Spesa Pubblica nei paesi della CEE, mimeo, Ancona 1969.

Successivamente, come sintesi dei miei contributi scientifici dei primi anni settanta, Cfr.:

Mario Baldassarri, Saggi di programmazione economica e settoriale, Edizioni TC, Bologna 1973

Mario Baldassarri, I Criteri di valutazione degli investimenti, Edizioni TC, Bologna 1974

Mario Baldassarri, Note di teoria della domanda, teoria della produzione e struttura dei mercati, Edizioni TC, 1976

 

[2]  Mario Baldassarri, Government Expenditure, Inflation and Growth, mimeo, MIT 1977; Spesa Pubblica, Inflazione   

                                       e Crescita, Il Mulino, Bologna 1979.

Mario Baldassarri, Government Expenditure, Inflation and Growth in a fiscal-monetary policy model, EN-MPS,1976

Mario Baldassarri, Imperfectly Anticipated Inflation, Capital Gain Expectations and Government Investment in a

                                    Two Sector Growth Model, Economic Notes, MPS, Siena, 1979.

Mario Baldassarri, Government Expenditure, Inflation and Growth in a Two-Country Model of International Trade:

                                     who bears the burden?, Economia Internazionale, Genova 1980

Mario Baldassarri, Optimal “Mix” of Government Expenditure and Optimal Growth Path for an Open  

                                     Economy within a Three Targets-Three Guns Framework, Economic Notes, Siena 1984

 

[3] Mario Baldassarri e Gustavo Piga, Distribution Equity and Economic Efficiency: Trade-off and Synergy, RPE, 1994

[4] Mario Baldassarri et altri, Human Capital, Allocation of Time and Endogenous Growth, AEA-AER, New Orleans 1992.

Mario Baldassarri et altri, An Attempt to Model a “Tobin-Modigliani” Approach to Saving, RPE, Roma 1990.

[5] Mario Baldassarri, Tassazione, distribuzione ed ottimalità nei programmi di sussidi all’educazione,

Rivista Internazionale di Scienze Sociali, Milano 1976.

[6] Alessandro Acquisti, “Intelligenza Artificiale e Crescita Economica: il capitale intelligente ed autoriproducente da 

                                      von Neumann alla crescita endogena”, mimeo,Tesi di Laurea, Università La Sapienza, Roma1997

[7] Mario Baldassarri e Francesco Busato, How to Reach Full Employment in Europe, Palgrave-Macmillan, London 2003

Mario Baldassarri e Francesco Busato, Europa Svegliati, Sperling&Kupfer, Milano 2003.

[8] Mario Baldassarri e Pasquale Capretta, The World Economy toward Global Disequilibrium, Palgrave-Macmillan,

London 2006; L’Economia Mondiale verso lo Squilibrio Globale, Sperling&Kupfer, Milano 2006

Per altri contributi Cfr.:

Mario Baldassarri, Luigi Paganetto, Edmund S. Phelps, Equity, Efficiency, and Growth:the future of the welfare state,

Palgrave-Macmillan, London 1996.

Mario Baldassarri, Robert Mundell, John McCallum Eds., Debt, Deficit and Economic Performance,

Palgrave- Macmillan, London 1994.

Mario Baldassarri, Robert Mundell, John McCallum Eds., Global Disequilibrium in the World Economy,

Palgrave-Macmillan, London 1992.

Mario Baldassarri Ed., Verso il grande crack?, SIPI, Roma 1990.

Mario Baldassarri Ed., Keynes and the Economic Policies of the 1980’s, Palgrave-Macmillan, London 1989.

[9] Mario Baldassarri e Francesco Busato, How to Reach Full Employment in Europe, Palgrave-Macmillan, London 2003.

Mario Baldassarri e Francesco Busato, Europa Svegliati, Sperling&Kupfer, Milano 2003.

Per altri contributi sull’economia europea Cfr.:

Mario Baldassarri, No free lunch, no”one”East European Economy”, RPE, Roma 1991.

Mario Baldassarri Ed., How to reduce unemployment in Europe, Palgrave-Macmillan, London 2003.

Mario Baldassarri Ed., The New Welfare: Unemployment and Social Security in Europe, Palgrave-Macmillan, 2003.

Mario Baldassarri, Robert Mundell Eds, Building the New Europe, Vol. I-II, Palgrave-Macmillan, London 1993.

 

[10] Per una sintesi di studi, analisi e proposte pubblicate nel corso degli ultimi decenni, Cfr.:

Mario Baldassarri, Impatto del bilancio pubblico sulla allocazione delle risorse e sulla formazione di capacità  

                                   produttive ed occupazionali, Risorse per lo sviluppo, Roma 1985

Mario Baldassarri e Gabriella Briotti, Government Budget and the Italian Economy through the 70’s and the 80’s

RPE, Roma 1990

Mario Baldassarri, Franco Modigliani, The Italian Economy: the chance to build a new miracle”, RPE, Rome 1993

Mario Baldassarri, Franco Modigliani, The Italian Economy: what next?, Palgrave-MacMillan, London 1993

Mario Baldassarri, Italy’s perverse envelopping growth model between Economic Reform and political consensus:  

                                    the 1992 crisi and the opportunities of 1993, RPE, Rome 1993

Mario Baldassarri, The Italian Economy: heaven or hell?, Palgrave-MacMillan, London 1994

Mario Baldassarri, Gustavo Piga, Debito Pubblico, consenso politico ed equilibrio economico-finanziario,

McGraw-Hill, Milano, 1994

Franco Modigliani, Mario Baldassarri, Fabio Castiglionesi, Il Miracolo Possibile, Laterza, Bari 1996

Mario Baldassarri et altri, Il secondo Miracolo Possibile, Ed. IlSole24Ore, Milano 1999

Mario Baldassarri, Welfare State and Pensions in Italy: who benefits?, RPE, Rome 2000

Mario Baldassarri, Stato Sociale e pensioni: chi prende, chi paga?, RPE, Roma 2000

 

 

[11]  Mario Baldassarri Ed., Uscire dalla crisi, Riprendere la Crescita: Come? Quando?, Ed.IlSole24Ore, Milano 2013

[12]  Mario Baldassarri, Reprimere o legalizzare: la droga come mercato, Il Mulino, Bologna 1993

[13] Mario Baldassarri e Pierluigi Ciocca, eds., “Roots of the Italian School of Economics and Finance”, vol.I-II-III,

Palgrave-McMillan, London 2001

[14] Mario Baldassarri, ed. “Maffeo Pantaleoni: at the Origin of the Italian School of Economics and Finance”,

                                                                                                                                            Palgrave-McMillan, London 1995

[15] Alberto Niccoli, Giorgio Fuà: l’uomo, l’economista, il maestro, RPE, Gennaio 2001, Roma SIpi 2001

[16] Mario Baldassarri, In ricordo di Franco Modigliani: voi state andando ad est, ma la rotta è ad ovest,

RPE, Roma, Settembre/Ottobre 2003

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