“Mi ricordo che quella notte la gente correva ai bancomat per ritirare i primi euro, c’era entusiasmo e un clima positivo nel Paese e nel governo. Ma non sapevamo, non potevamo sapere, che sarebbero stati compiuti degli errori: a livello europeo del presidente della Bce, Jean-Claude Trichet, e in Italia, dai governi successivi”. Mario Baldassarri, politico ed economista, ripercorre, in un’intervista all’Agi, le tappe che portarono all’introduzione della moneta unica in Italia il primo gennaio del 2002. “Ricordo la sensazione diffusa del ‘Ce l’abbiamo fatta a entrare subito’, anche se io come economista avevo avuto molte perplessita'”, racconta Baldassarri, allora viceministro con Giulio Tremonti all’Economia nel governo guidato da Silvio Berlusconi. “Nel ’97 il governo Prodi fece un’ipotesi di legge finanziaria a giugno-luglio e poi ci fu l’incontro in Spagna con Jose’ Maria Aznar”, spiega l’economista sottolineando che “in quei mesi c’era stato un piccolo equivoco: al vertice del primo maggio ’98, che si sarebbe tenuto per decidere chi entrava o no nella moneta unica, ogni Paese si sarebbe dovuto presentare con i conti pubblici in regola, ovvero con il deficit sotto il 3% ma l’equivoco fu che mentre qualcuno pensava fossero i conti pubblici programmatici per il ’98, in realtà dovevano essere quelli a consuntivo del ’97”. “Quando Prodi tornò dalla Spagna insieme a Ciampi (allora ministro del Tesoro, ndr) e si capì che la Spagna sarebbe entrata subito – prosegue – quella legge finanziaria fu raddoppiata su spinta dello stesso Ciampi e questo, insieme a delle operazioni di ristrutturazione dei debito, consentì di portare rapidamente il deficit, che veleggiava intorno al 6%, sotto il 3%. Così l’Italia rientrò tra i Paesi che potevano adottare la moneta unica. L’euro è stato introdotto nel 2002 ma l’antefatto è questo”. Baldassarri ricorda ancora l’entusiasmo di quei giorni. “Non c’erano timori, piuttosto molte speranze. E molte di queste si sono realizzate”. Anche Tremonti si era lasciato contagiare dall’entusiasmo? “Tremonti non aveva espresso perplessità, era ministro dell’Economia allora, se avesse avuto riserve avrebbe potuto dirlo, ma non lo fece…”. Anche perché, osserva il presidente del Centro Studi Economia Reale, “noi il dividendo dell’euro lo abbiamo avuto in abbondanza visto che eravamo il Paese con il più alto debito pubblico: l’ingresso nella moneta unica ci ha fatto risparmiare decine di miliardi di euro perché i tassi di interesse sul debito, che viaggiavano al 7-8-9%, sono immediatamente scesi al 2-3%”.

D’altra parte, però, ammette Baldassarri, “anche se molte delle nostre speranze si sono poi realizzate, c’era una cosa di cui non potevamo essere a conoscenza in quel momento: ovvero degli errori che avrebbe commesso la Bce guidata da Jean-Claude Trichet, che aumentò i tassi di interesse in Europa mentre la Fed americana li abbassava, e fece schizzare il tasso di cambio portando il ‘super euro’ a sfiorare quota 1,60. C’era la fobia in Germania, e c’è ancora – sottolinea – dell’inflazione. Allora hanno alzato i tassi per combattere l’inflazione che non c’era e hanno ottenuto come risultato la crisi europea, costruita con gli errori di politica monetaria”. Tornando ai mesi a cavallo tra il 2001 e il 2002, Baldassarri racconta che “il tema serio che l’Italia aveva posto era come, cambiando la moneta, sarebbero cambiati i prezzi. Era il primo tema importante, e, a mio parere doveva esserci un periodo con la doppia etichettatura dei prezzi, almeno per un anno. Fu fatto ma per un periodo molto breve e non a tappeto. Così dopo un anno scoprimmo che, nei ristoranti, nei bar e negli alberghi, quello che una volta costava 1.000 lire costava un euro: i prezzi erano praticamente raddoppiati”. L’altro problema, spiega, “è che l’Italia insistette per avere la carta moneta da un euro e non le monetine ma si scontrò con l’opposizione degli altri Paesi, in particolare l’asse Germania-Francia. Questo ha prodotto un problema con cui tuttora ci troviamo a fare i conti: mentre prima giravamo con massimo mille lire di monete in tasca, adesso ci ritroviamo a girare con 4-5 euro che però sono quasi 10mila lire”. A distanza di 15 anni, qual è dunque il bilancio? “È stata fatta una grande scommessa che, vista ex post, abbiamo perso. L’ingresso nell’euro avrebbe dovuto costituire un paletto rigido per fare serie riforme del bilancio pubblico in Italia. Ma così non è stato. La crisi che stiamo vivendo è colpa degli errori di politica economica europea sommati alle mancate riforme italiane. Abbiamo continuato a far aumentare la spesa pubblica corrente, a tagliare drasticamente gli investimenti pubblici e a far crescere le tasse: con questa miscela è ovvio che l’economia si affloscia. E questo è stato fatto da tutti i governi che si sono succeduti dall’epoca a oggi”.

Quindi entrare nell’euro è stato un errore? “Assolutamente no. L’alternativa, ovvero rimanere fuori in quel momento, sarebbe stato il disastro perché la lira sarebbe stata allo sbando sui mercati con un Paese che aveva un alto debito pubblico come il nostro. Non sono affatto pentito ma da economista ho fatto un’analisi, che sarà pubblicata a gennaio, e riconosco che sono stati fatti degli errori dalla Bce e dai governi successivi. Il ‘super euro’ e il Trattato di Maastricht hanno fatto perdere all’area euro il 10% di Pil e 12 milioni di posti di lavoro. In questo libro dimostro che dal 2002 a oggi tutti i Def (Documento di economia e finanza ndr) dei cinque governi che si sono succeduti sono tutti uguali”. Il presidente Ciampi, spiega ancora l’allora viceministro, “gestì in modo molto determinato quella fase perché lui aveva una visione. Tuttavia la scommessa persa è che l’euro e l’Europa avrebbero dovuto dare delle regole all’Italia per portare avanti le riforme e noi ci siamo illusi che si poteva non riformare il Paese anche stando nella moneta unica. Il risultato è che abbiamo prodotto la crisi italiana che è doppia rispetto a quella europea. Se dal 2002 a oggi, dopo 15 anni, continuiamo ad avere alta spesa corrente, elevata pressione fiscale e bassissimi investimenti pubblici non è colpa dell’euro. La colpa, ripeto, è di Trichet e di una politica che ha penalizzato tutti Paesi, anche la Germania ha perso 10% di Pil in prospettiva”.

di Giorgia Ariosto